La follia e l’arte.

La follia e l’arte.

Cari lettori,

ho deciso di intraprendere con voi l’analisi di un argomento che da anni mi affascina al punto da essere stato il fulcro sul quale ha ruotato la mia tesi di laurea: che legame esiste tra la follia e l’arte? È vero che gli artisti sono tutti un po’ matti? O si tratta solamente di un luogo comune? E se questo legame esistesse, è la creazione artistica che non può fare a meno di una certa dose di follia per poter esistere o, viceversa, un carattere predisposto a manie, ossessioni e fissazioni, è spinto naturalmente verso l’arte?

Dalla tenera età di 5 anni, mi trovo davanti fogli bianchi da riempire di sentimenti ed emozioni. Il mondo, per come mi si presenta, passa attraverso i miei occhi, arriva al cervello dove viene filtrato, arricchito di significati e ricordi e, infine, tramite la mia mano, giunge sul foglio nella sua nuova forma.

Mi sono sempre chiesto quanta influenza possa avere quel passaggio occhi/cervello/mano sul risultato finale dell’opera; quanto contano, per un artista, il suo modo di vedere, le sue convinzioni, le sue paure, le sue manie.

Mi rendo conto che questo meccanismo è soprattutto involontario e fa parte di quella sfera della psiche che Freud chiamava «inconscio». Credo, infatti, che chi dipinge, fa scultura, o esercita un’altra forma d’arte, non sempre si renda conto di quanto le sue opere siano influenzate da quel che c’è nella sua testa. La sola scelta di uno stile, ad esempio, dipende da un percorso formativo guidato dalle esperienze e dai gusti dell’artista. E la scelta di quel che ci piace o non piace, dipende da come ci rapportiamo col mondo, da quel che abbiamo vissuto e da quanto tutto questo abbia modificato la nostra vita, il nostro carattere e il nostro modo di pensare.

Ogni volta che un artista crea un’opera, anche se si tratta di un lavoro su commissione, con un soggetto già prestabilito, entrano in scena una serie di meccanismi grazie ai quali l’opera stessa sarà influenzata, più o meno intensamente, da quel che passa per la mente del suo fattore, dal suo stile di vita, dalle sue abitudini.

È da queste riflessioni che nasce la mia curiosità:

quanta parte delle mie frenesie, manie ed ossessioni compare nelle mie opere?

Nel cercare di approfondire questi argomenti e dare una risposta a tali quesiti, mi sono imbattuto in artisti le cui vite erano intrise di «difetti» psichici che si manifestavano quando sotto forma di semplici manie come, ad esempio, nel caso del Pontormo che, ipocondriaco, «…fu tanto pauroso della morte, che non voleva, non che altro, udirne ragionare, e fuggiva l’avere a incontrare morti…», quando in vere e proprie ossessioni, come in Frida Kahlo la quale, segnata fin dall’infanzia da problemi di salute dovuti alla spina bifida, aggravati in seguito da un terribile incidente automobilistico, ha prodotto quasi esclusivamente autoritratti che mettevano in piena luce tutti i suoi difetti fisici e l’enorme sofferenza che la attanagliava, sottolineata da spine, lacci, lacrime e gocce di sangue.

blog1_html_1a46a1b9D’altra parte è quasi un luogo comune associare l’artista ad un temperamento stravagante. Viene detto che siamo estrosi, malinconici, lunatici, a volte geniali, altre dei pazzi. E se ogni leggenda ha alla base un fondo di verità, allora probabilmente, anche questa affonda le sue radici in argomenti concreti e documentabili.

Lo scultore Callimaco, ad esempio, era detto «l’incontentabile» per la sua eccessiva cura dei particolari; Apollodoro, invece, era chiamato «il matto» perché spesso, giunto al termine di un’opera, la distruggeva giudicandola non all’altezza dell’ideale a cui aspirava; a Tommaso Cassai, che per la sua tristezza o per la sua intemperanza, o forse perché lavorava così tanto ai suoi capolavori da dimenticarsi di riscuotere i propri crediti e di prendersi cura del proprio vestirsi, fu dato il nomignolo Masaccio.

La lista è lunga, e le fonti sono innumerevoli: da Aristotele al Vasari, fino ad arrivare ad autori come Wittkower, che hanno scritto libri interi sull’argomento, o come la ricer-catrice Kay Jamison, che ha intrapreso studi approfonditi sul legame tra disturbi del-l’umore e creatività.

Uno dei problemi principali consiste nel riconoscere questi disturbi all’interno delle opere.

Quest’operazione, spesso, diventa difficile, se non impossibile. E questa impossibilità è data dal fatto che non sempre le fonti sono così dettagliate da farci individuare il temperamento di un artista.

blog1_html_5d2990edUn esempio per tutti è quello di Giuseppe Arcimboldi, pittore del 1500, il quale adottò uno stile incredibilmente innovativo per il suo tempo, ma la cui vita resta per gran parte sconosciuta dato che neppure una parola scritta dal pittore è venuta fuori finora. Per stabilire i motivi psichici che spinsero l’artista a creare le opere che ha creato, possiamo solo avanzare delle ipotesi.

Altre volte, invece, la difficoltà è data dal fatto che l’arte, per chi la fa, è una forma di auto–terapia grazie alla quale un artista riesce a liberarsi dalle proprie manie senza lasciare indizi nell’opera. Solo quando le suddette manie sono un elemento preponderante del carattere dell’autore, certi indizi vengono alla luce anche nei lavori.

Ne sono esempio artisti del calibro di Van Gogh o Ligabue, più volte ricoverati in ospedali psichiatrici, e nelle cui opere spesso sono riconoscibili i segni della loro sofferenza.

L’addentrarsi nel campo della ricerca sulla psiche degli uomini d’arte, mi ha portato, quasi spontaneamente, a chiedermi se siano i disagi mentali ad aumentare la creatività e la genialità di certi individui, o se, viceversa, le menti dotate di una certa sensibilità ed eccellenza nel produrre, siano quelle maggiormente sottoposte a disturbi psichici.

In pratica: esiste un legame tra genio e follia? Se la risposta fosse affermativa, qual è questo legame? È possibile affermare che una certa dose di «pazzia» sia alla base delle creazioni artistiche più straordinarie?

Riuscire a dare una risposta definitiva a queste domande, non è cosa da poco, dato che anche tra i più illustri psichiatri che hanno analizzato il problema, ci sono opinioni discordanti.

Per quanto l’argomento possa essere affascinante, non sono certo uno psichiatra, e non avrei la giusta competenza né gli strumenti adatti per addentrarmi in un argomento del genere. Credo però che possa essere stimolante puntare l’attenzione su alcuni temi della vita degli artisti in relazione alle loro fissazioni, ossessioni e frenesie per poi, in un secondo momento, fare un breve excursus delle principali teorie psichiatriche a riguardo.

Nei prossimi articoli cercherò di analizzare il rapporto che può essere intercorso tra certi artisti ed argomenti come l’amore, la legge, il denaro, oltre che il loro atteggiamento di fronte al proprio lavoro, le stravaganze, le superstizioni, le ambizioni, le gelosie, e giungere a toccare temi come quello del suicidio. Credo che questi esempi possano  aiutare a comprendere meglio la differenza che passa tra una vera e propria malattia mentale e la follia intesa come eccesso di stravaganza e stoltezza in certi atteggiamenti.

Va da sé che le valutazioni sull’animo e la psiche di scultori, pittori e incisori, non possono essere affidate alla soggettività o basate su semplici supposizioni.

È necessario attingere dalle fonti a nostra disposizione al fine di ottenere un’immagine degli artisti presi in considerazione, più veritiera possibile.

È d’obbligo, a questo punto, una precisazione:

l’artista non ha interessato la società del suo tempo almeno fino al 1300 quando uscì il De origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus, di Filippo Villani, una biografia collettiva sui cittadini della Firenze del tempo. Seguirono, intorno alla metà del ‘400, le monografie anonime sull’Alberti e sul Brunelleschi a cui fecero eco le raccolte biografiche di Antonio Billi, dell’Anonimo Magliabechiano e di Giovan Battista Gelli.

La svolta decisiva si ebbe nel 1550 con l’uscita de Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari.

È da questo momento che possiamo dire che la letteratura storico–artistica vide la luce.

Ciononostante, l’argomento di cui ho deciso di parlare, ossia la follia in relazione all’arte, non ha avuto come giudici, uomini imparziali che affrontarono la questione con cognizione di causa, basandosi su dati scientifici, almeno fino al 1800 con la nascita della psicanalisi e della psichiatria.

Inoltre, per quanto riguarda l’esattezza delle informazioni date, possiamo dire che gli errori all’interno di questi scritti, non sono pochi. Lo stesso Vasari riporta frequentemente dati in contrasto tra loro o riferisce aneddoti poco credibili. L’accuratezza ed il rigore con cui certe biografie vengono stese, sono qualità che non solo non possiamo definire «assolute» (la tendenza ad interpretare, criticare, elogiare la vita e le opere di un artista, è una tentazione alla quale quasi tutti i biografi cedono), ma che, oltretutto, non hanno veramente interessato gli scrittori di queste opere almeno fino ai nostri tempi.

Fortunatamente l’attento lavoro di persone professionalmente qualificate, fa sì che le edizioni moderne di opere come quelle del Vasari o del Malvasia, riportino, laddove necessario, la correzione delle informazioni sbagliate, permettendoci così una visione più veritiera delle personalità descritte oltre che un’idea su come queste fossero viste sia dai biografi, sia dalla società in cui vivevano.

Nei prossimi articoli affronteremo più nel dettaglio gli argomenti sopra citati. Nel frattempo vi invito a inviarmi i vostri commenti, le vostre esperienze e le vostre critiche.

A presto. Marco.

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